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Scritto da raffaele. Postato in Racconti

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Chiese sparse



Ricordate i castelli di sabbia che da piccoli costruivamo al mare decorandoli poi con la sabbia colata fra le dita che si raggrumava in cento pinnacoli? Bene, il Tempio Espiatorio della Sagrada Famiglia a Barcellona sembra proprio uno di quei castelli: Antoni Gaudì che ne iniziò la costruzione nel 1883 era un anticonformista tra l’Art  Decò e il Liberty aperto ad influenze arabe e naturalistiche, ma era un grande architetto perché le sue torri , tutte traforate e con in cima una croce nascosta in un cesto di frutta, stanno comunque su.
Le torri saranno molte, per gli Evangelisti, per gli Apostoli, per Maria e la più alta per il Cristo, ma solo quattro sono ultimate, tutte ricoperte di tasselli di ceramica policroma luccicanti nel sole in contrasto col grigio della struttura .Della navata centrale solo ora si stanno gettando le colonne e i matronei ma come nei due portali già ultimati, quello della Natività e quello della Passione, è difficile incontrare delle linee rette come nei templi greci, è tutto un susseguirsi di linee curve, di colonne tortili con continui richiami ai movimenti dei rami degli alberi, dei fiori, delle onde anche se sotto si intuiscono le pure linee del gotico, il tutto in un insieme informale e armonioso dove non è difficile pregare anche per noi abituati alle cupe scure barocche chiese della vecchia Torino.
Quando sbarcammo a Tinos per visitarla non sapevamo che era la festa della Megalòchari, della basilica dell’Annunciazione e mal me ne incolse perché io che metto i pantaloni corti una o due volte all’anno quel giorno li avevo su, così una suora mi bloccò sulla soglia del santuario cacciandomi inviperita. La religione è ancora una cosa seria in Grecia come testimoniavano le centinaia di fedeli, per lo più locali, tutti in scuro e convinti. Riuscii comunque da su un muretto a godermi la processione dell’icona santa che snodandosi per le mulattiere sassose fra il bianco candido delle case, delle colombaie veneziane, dei mulini a vento e l’azzurro intenso del mare fra i canti e le preci sublimava il tutto in un inno al Creatore.

Napoleone era un bello spirito. Quando arrivò in Piemonte  portò, con le idee di libertà, uguaglianza, fraternità mutuate dalla Rivoluzione Francese, anche l’odio per i preti, ma lo manifestò con astuzia e saggezza. In Val Casotto dove poi i Savoia edificarono un loro castello, residenza di caccia, vi era un convento benedettino. Napoleone ne distrusse l’ala a monte e ugualmente fece alla Certosa di Pesio abbattendone l’ala a monte del chiostro. Perché non tutta l’abbazia? Espropriati i preti l’edificio poteva sempre essere utilizzato, ma l’abbattere l’ala a monte di un convento, chiuso in quadrato come un fortilizio, forse seguiva un disegno militare. Assaltare un presidio in discesa è sempre più facile che non assaltarlo in salita, ma forse Napoleone non voleva distruggere le abbazie e le certose, voleva solo umiliare lo strapotere di allora della Chiesa.

La cattedrale di Montreal, in Canada, è dedicata a “Marie Reine du Monde”  ed è una copia più piccola di San Pietro, in pietra grigia, arroccata su un dosso in pieno centro cittadino, ma a Montreal fa un freddo orbo e allora i suoi abitanti, come pazienti formiche, hanno scavato una città sotterranea per salvarsi dal vento e dalla neve, l’underground city, che con passaggi sotterranei collega le varie piazze del centro, le varie linee del metrò e i vasti centri commerciali, sempre sotterranei. Sopra vi è la cattedrale che si è sentita scavare le viscere dalle  ruspe ma non sembra averne sofferto: le preghiere dalle sue navate salgono ancora al cielo anche se frammiste ai fischi del metrò che giungono dal profondo.

A New York le chiese sono tutte annegate nei grattacieli. Dal ventesimo piano del mio albergo vedevo in basso in basso le cupole verdi di una chiesa, circondata da grattacieli come il mio e dal circuito folle dei taxi gialli, piccoli come insetti. Solo Sant Patrick  sulla quinta strada troneggia imperiosa. E’ sede episcopale, ma entrando si ha una sorpresa; due poliziotti ti soppesano prima di farti entrare e ciò da quando la parata annuale degli omosessuali (migliaia di persone) deviò, entro in chiesa e beffeggiò il vescovo insultandolo per le sue prediche contro di loro.

Al santuario di Montserrat, a 60 chilometri da Barcellona, ho trascurato un po’ la “Moretera”, la Madonna nera venerata in tutta la Catalogna. Era tardi, il pullman aspettava, la coda per passare dietro all’altare e vederla da vicino infinita e la chiesa gremita perché era l’una e già stavano cantando gli attesi ragazzini della “Escolania”, scuola corale che risale al 13° secolo (i bimbi vivono lì, in clausura come i monaci), Nella mattinata però mi ero dato da fare sui sentieri che salgono ai romitori sperduti fra queste cime rocciose così simili alle lisce pareti del californiano El Captain, attuale capitale dell’arrampicata moderna. I romitori e gli eremi che restano perché qui Napoleone esagerò: li distrusse quasi  tutti e con loro il 70% della basilica (la guerra civile del 1936 fece fuori i monaci ma risparmiò l’edificio), e guardando la valle, i canaloni, i dossi, i pinnacoli che pur amo ho ammirato i monaci che allora scelsero di vedere in solitudine quelli  e solo quelli per tutta la vita, ascoltando la voce di Dio nei refoli di vento, lodandolo nei trionfi delle albe e dei tramonti, in silenzio e in penitenza.  Mica per niente sono quasi tutti santi!


A Brindisi la basilica di  Santa Maria del Casale è stretta d’assedio dall’aeroporto la cui rete di recinzione ne tocca l’abside, e gli aerei in partenza le rullano accanto. O assoggettarsi o essere demolita, ma lei vide ben altre partenze. Nel Medioevo i Crociati prima di  imbarcarsi per la Terra Santa assistevano al suo interno all’ultima messa propiziatoria. Un interno nudo, altissimo, con sulle pareti delle navate solo affreschi severi e le colonne e le crociere sempre più in alto, quasi in cielo come a convogliare i voti, i desideri, le promesse di chi, vestito di ferro, partiva e non sapeva se sarebbe tornato, certamente non prima di anni, per Cristo per i più puri, per i saccheggi per i più pratici.


Al santuario di San Besso, sopra Campiglia in Val Soana, sono salito in primavera. Lo sognavo da quando campeggiavo in Val di Cogne. I “Cugnin” sono devoti di San Besso e i 10 agosto attraverso il Colle dell’Arietta in cinque ore di marcia scendono in Val Soana incontrandosi al santuario coi valsoanesi che vi salgono in due ore. E’ una gran festa con un’asta che deve servire al sostentamento del santuario.
Era primavera dicevo, non c’era nessuno, in alto le lingue di neve segnavano ancora i canaloni della Rosa dei Banchi, alcuni stambecchi sui dossi sopra i salti di roccia brucavano tranquilli. San Besso, legionario romano come il nostro san Espedito, in pratica era un traditore. Il console romano che lo comandava, secondo la filosofia di allora di Roma, non poteva far altro che eliminarlo e lo fece precipitandolo dalla roccia che ora domina il santuario. Forse lui ne fu felice, forse a ventanni è più facile affrontare la morte per un ideale vivo che non trascinarsi per tutta la vita mentre gli ideali sbiadiscono.  


 


 

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