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Scritto da raffaele. Postato in Racconti

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L’ULTIMA  VOLTA



L’ultima volta che succhiai il latte dal seno di mia madre non me lo ricordo proprio, ma il giorno dopo sarò stato certamente deluso nel sentire il gusto metallico di un cucchiaino o il puzzo di gomma di una tettarella anziché la calda morbidezza odorosa di un capezzolo. Era un secondo trauma. Dopo il taglio del cordone ombelicale l’allontanamento dal seno mi spingeva sempre più nel mondo, da solo, e dovevo essere io e non mia madre ed io.
Quante volte poi vi fu un’ultima volta, ma per fortuna non lo seppi. La prima volta che scalai il Dente del Gigante fu anche l’ultima. Avevo vent’anni, come Enrico, avevamo una corda ma neanche un moschettone, la corda fissa della gran placca di 40 metri mancava e dovemmo salirla in libera. In vetta, stretta ed affilata, il vento teso dei 4.000 ci tagliava il viso. Se avessi saputo che era l’ultima volta mi sarei fermato di più, per cadere con lo sguardo nella Vallé Blanche e risalire poi sulle guglie che la circondano, volando sui suoi ghiacciai, sui suoi crepacci, sfiorando i piccoli rifugi, individuando le vie di salita più prestigiose che  conoscevo a  memoria. Ma era la prima volta: quante volte mi illudevo di ritornarvi ? Così fu per altre cento vette, anche se su molte ritornai più volte ritrovando nel libro della vetta  la mia firma di anni prima, raccogliendo stelle alpine e ricordi, ma vi sarà una vetta che sarà l’ultima (non un 4.000 che non ce la faccio più) e basta un niente per renderla tale,  una frattura, un’asma, un infarto, certo non il diabete, e nessuno porterà in cima una targa della mia ultima impresa. La targa sarà nel mio cuore per gli anni a venire.

L’ultima volta che andai in bicicletta fu il 15 agosto di qualche anno fa. Ero di turno e andavo in ospedale: per Torino non c’era nessuno ma in piazza Bernini una macchina non mi vide e m’infilò. Capriola da paracadutista sul cofano e gran sederata dall’altra parte. All’autista spaventato rialzandomi dissi “vado subito in ospedale” e poi vedendolo sbiancare precisai “a lavorare”, ma in bicicletta non ci vado più. Sono stato investito tre volte e non voglio tentare la sorte anche se vado ancora in montagna da solo e pesco in apnea da solo. A volte alla sorte bisogna forzare la mano: un mio cliente andando per funghi cadde, si ruppe una gamba e dovette e seppe trascinarsi sui gomiti fin sulla strada. Un altro nuotando da solo ebbe un infarto, lo capì, ma piuttosto di morire annegato nuotò fino a riva con la forza della disperazione.
A volte qualche paziente in condizioni precarie mi chiede se può andare in vacanza o a trovare qualche figlio lontano. Io rispondo sempre di si. Meglio vivere le ore che ci restano in piedi, anche soffrendo, per essere noi stessi con le nostre particolarità ma anche con la nostra ineguagliabile personalità.     


L’ultima volta che vidi Anna, Roby, Franco, Mario e tanti altri amici non sapevo che sarebbe stata l’ultima e nemmeno loro lo sapevano, ma il giorno dopo erano morti. Finiva così un’amicizia senza possibilità di spiegazioni, di rimpianti, di ricordi, di giustificazioni: una rottura improvvisa, interrogativa. Restiamo noi, sempre più soli, a macinare pensieri inutili, a compiere azioni inutili, nella certezza che l’angelo della morte si avvicina ogni giorno di più stendendo la sua mano per accompagnarci nel buio.

La primavera è arrivata. La morte è un po’ più vicina.


 


 

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