Racconti

Scritto da raffaele. Postato in Racconti

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Indice articoli

Franz Frossendient



Questo articolo lo scrissi la sera del 30 agosto 1952 per “Scandere”, la rivista del CAI-Uget. Arrivò fino alle bozze ma poi non fu pubblicato perché quell’anno vi furono troppi incidenti in montagna e una rivista alpina non può parlare solo di morti. L’ho ritrovato e  lo pubblico così com’è, senza correzioni o aggiunte: allora ero giovane, della Cattolica e innamorato della montagna e tutto ciò trapela dal testo.
 _ _ _

Franz Frossendient è volato. L’ho visto scivolare, voltarsi, precipitare. Mi sono buttato le mani in testa e ho detto “non può essere”.
Cosa cercava Franz sul Cervino ? Cosa credeva di trovare ? E’ morto in grazia ? Di noi tre presenti nessuno ha pianto, nessuno ha avuto paura perché sapevamo che pochi minuti dopo poteva capitare                                                                  
lo stesso a noi, ma il cuore si è stretto  e ha pianto dentro. Prima di attaccare il mauvais pas mi sono voltato e ho chiesto in inglese a Rodel che ora era legato fra noi due quanti anni avesse Franz: “ twenty three”, 23. “Has he the mother?”, no. “the father ?”, no. Meglio così; non potevo immaginare il dolore di una madre nel vedersi passare innanzi agli occhi quel corpo che veramente volava. Era un bel ragazzo Franz, i capelli biondi nel vento in contrasto con la giacca a vento nera. Era giunto alla gran corda (che mancava) poco dopo la guida Otten e noi. Io chiesi a Otten un moschettone per assicurarci in discesa: i miei li avevo dimenticati in capanna e la nostra corda era troppo breve per poter fare una corda doppia. Mi disse: dopo. Assicurando a un chiodo fece scendere il cliente, poi chiese agli austriaci quanti metri di corda avessero. Franz, alzando quattro dita disse “quarante”. Otten senza farli slegare mise la metà della loro corda sul chiodo, scese, si voltò una sola volta per dire a Rodoni che quel passaggio senza assicurazione era pericoloso, poi sparì col cliente. Franz allora compì un gesto che innanzi a Dio per la generosità e l’altruismo che conteneva gli dovrà far perdonare molte, tutte le sue colpe. Ci segnò col dito poi lo tese verso il basso e disse un qualcosa come “giù”. Equivaleva a dire: sfruttate la mia corda in sicurezza, io scenderò per ultimo e rischierò per tutti. E scese per ultimo con una corda doppia che lo portò oltre metà passaggio. Prima però mi ero voltato in su per gridargli che le due corde non erano lunghe uguali, che ne ritirasse un po’ una: lo vidi sulla cresta biondo nel sole che mi sorrideva e alzava una spalla. Quando già sulla traccia che corre fra i resti delle scariche della cresta contornavamo il “lenzuolo” (un ghiacciaio pensile incastonato fra le rocce), mi volsi ancora e vedutili tra le rocce che ritiravano la corda ridendo, giovane come loro, battei loro le mani:sorrisero. Quando imbucai dubbioso una traccia di detriti che con chiari segni di pedate contornava dal di sotto una dipendenza del lenzuolo sentii Otten che dal mauvais pas mi gridava: “passate sopra, di lì volate tutti”. Ritornammo; per una cengetta  contornammo il ghiacciaietto dal di sopra. Ricordo che dissi a Rodoni mentre per sbrigarci passavamo con gli anelli di corda in mano senza assicurarci: “facciamo attenzione, che voliamo tutti e due”. Con una delle irruente esclamazioni proprie dei milanesi mi rispose:”sei sempre il solito uccello del malaugurio”. Passammo: su un fine detrito contornavamo in discesa diagonale dei roccioni. Sentii la fucilata di un sasso: mi volsi. Alcune pietre volavano sul ghiacciaio al di sotto di Franz che, superata una rigola di ghiaccio, era accovacciato in un canalinodi roccia marcia. Forse nel prendere quell’appiglio che aveva cercato di tradirlo aveva compromesso la stabilità di un macigno cui si appoggiava con una spalla. Istantaneamente questo si mosse e s’inclinò. Una pietra scivolò dalla sommità e lo colpì in faccia. Franz, abbracciato alla roccia, voltò di scatto la testa, poi abbassò gli occhi. Scivolò, incalzato dal macigno, subito velocissimo. Il mio cuore si fermò: vedevo ciò che mi era sempre presente come probabile quando compivo un passaggio difficile, pensai a ritmo folle che doveva fermarsi strisciando sui detriti che precedevano il salto del canalone, che era stupido morire lì, su un passaggio banale, solo per non  essersi legato. Vidi me al suo posto e vidi mia madre. La prima lingua di detrito lo fece saltare: non toccò più la neve. Arrivò sul vuoto del canalone di fianco, col viso e le mani protese verso il basso, le ginocchia un po’ piegate, in una rosa di sassi. Non ha gridato. Franz era certo un uomo forte, solo sulla dura strada della vita, e come noi tutti aveva cercato un qualcosa d’inspiegabile, aveva lottato contro le insidie della roccia e del ghiaccio senza maledirle poiché sapeva che erano un pegno necessario per la gioia tutta nostra delle vette. Che nei tramonti infuocati, nei passaggi difficili, sulle aeree creste di ghiaccio, sulla roccia tiepida di sole aveva attinto la forza per professare il nostro credo. Non ha gridato. Ha guardato la montagna in faccia fino all’ultimo e ha tentato ancora, frenando colle mani e coi gomiti, di vincere quella forza bruta che lo precipitava. Vorrei una cosa sola: che prima di battere su quella roccia che doveva ucciderlo avesse offerto la propria giovinezza al Signore. 


 


 

Planisfero nuovi iscritti al sito www.studiocastellazzi.com

Seguici su Facebook

Traduci il sito per me

Traduci in ogni lingua per me

 

web

QR code

Questo portale non gestisce cookie di profilazione, ma utilizza cookie tecnici per autenticazioni, navigazione ed altre funzioni. Navigando o chiudendo questo messaggio, si accetta di ricevere cookie sul proprio dispositivo. Per saperne di più, clicca su "Approfondisci".