Lacrime

Scritto da Marco Castellazzi. Postato in Comportamento

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Lacrime

Nella nostra società il pianto è una sorta di tabù: chi piange viene considerato debole, senza la forza di controllarsi, di sopportare e affrontare la realtà. Non è un caso che le uniche lacrime tollerate siano quelle dei bambini o, al massimo, secondo uno stereotipo duro a morire, delle donne. È come se ci fossimo dimenticati di quanto il pianto sia importante in certe situazioni, del suo potere e delle numerose funzioni che possiede.

Molti ricercatori se ne sono occupati, studiandolo da diversi punti di vista. Alcuni si sono preoccupati anche di farne una sorta di classificazione: il pianto irrefrenabile, quello convulso, quello di sollievo, quello implorante, quello plateale, quello sforzato, rassegnato, di rabbia, di gioia, di compartecipazione, di commozione, lo scoppio di pianto, in genere profondo e disperato, intensamente emotivo.

Due ricercatori, Jonathan Rottenberg e Lauren M. Bylsma della University of South Florida, hanno studiato recentemente più di 3000 soggetti in condizione di pianto in normali situazioni di vita. Sembrerebbe, per esempio, che avere “una spalla su cui piangere” faccia bene, anche se è sempre questione di misura, dato che il rischio è quello di diventare un peso per l’altro! Quindi il pianto è liberatorio e assume una connotazione positiva se condiviso con chi ci vuole bene.

Le lacrime contengono una grande quantità di elementi chimici in grado di comportarsi come messaggeri olfattivi, impercettibili ma sicuramente efficaci. Il pianto, dunque, rappresenta un elemento di comunicazione emotiva ed affettiva, è strumento relazionale e segno di forza, non di debolezza.

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